Quaranta gradi, la birra e l’ombra, qua sotto alla veranda di paglia di questo piccolo bar di quartiere, qualche sedia colorata, tavolini bassi e tutt’attorno la vita quotidiana burkinabe. Sono qua seduto con Smockey e sua moglie, con Cleo e con Hebert. Oggi fa caldo, come ieri, forse un po’ di più. Ma può essere che sia solo un’impressione. Ciò che ci succede nell’adesso ha sempre un valore aggiunto. Allora rendo più piacevole quest’adesso sorseggiando una birra fredda, per la prima volta fredda il giusto, la temperatura che uno direbbe l’ideale per una birra in una giornata da quaranta gradi all’ombra. Ci sono i ragazzi che escono da scuola. Smockey si assenta qualche minuto per andare a prendere suo figlio. Davanti al bar dove noi beviamo gradevolmente questa birra, c’è una donna con un banchetto. Davanti a casa il suo banchetto, in attesa di clienti, per ore, per vendere due sacchetti d’arachidi, una busta di carbone. Quaranta gradi all’ombra. Di fianco a noi, sotto al sole, ci sono i falegnami che segano, piallano, incastrano. Quanti gradi, sotto al sole? Ci passano sotto ai piedi dei pulcini che picchiettano il suolo in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco. Qua fuori la terra rossa, le strade del quartiere. Passa un carretto con un uomo che mi guarda dritto negli occhi. Il carretto lo tira un asino. Sul carretto ci sono delle pietre di dimensioni enormi, per costruire case, penso dal mio posticino all’ombra, sorseggiando birra. A seguire quel carretto trainato dall’asino con quelle pietre enormi e quell’uomo che mi guarda dritto negli occhi, un altro carretto, trainato da un altro asino, con altre pietre. Lo guida un ragazzino, dodici anni al massimo. Dev’essere il figlio, o un apprendista, ipotizzo con in mano la birra gelata. Ipotizzo anche che forse quelle pietre ce le hanno caricate loro, su quei carretti. Mi commuovo e non so bene perché. Si tratta di malessere? Oppure di felicità egoistica d’essere scampato alla povertà in quest’unica vita che mi tocca vivere? O è orgoglio? Probabilmente mi sento orgoglioso di quest’umanità, di tutta quella gente che porta avanti la sua vita con coraggio, con forza. C’è gente che lavora sotto al sole. C’è gente che lavora per portare avanti una vita fatta di poche cose, semplici e fondamentali. C’è gente che vive vite eroiche. E poi ci sono io, con questa birra che mi scende fresca nella stomaco, che mi sale velocemente alla testa. Emozionato. Privilegiato. Osservo il mondo e m’emoziono, osservo e m’incazzo, posso parlare di cambiamento, di lotta quotidiana. Io dai miei privilegi. Quand’anch’io sollevavo pietre, in un’estate di tanti anni fa, le giornate trascorrevano più semplici, scandite dalla stanchezza e dal recupero delle forze per tornare a sollevare pietre, a trasportare il cemento. S’è trattato solo di un attimo, il privilegio della scelta: quest’estate vado a lavorare, perché mi sembra giusto, non che lo debba proprio fare, ma intanto vivo sulla mia pelle e nei muscoli la difficoltà del lavoro manuale, quello della maggior parte della gente che vive su questa terra. Mi svegliavo la mattina senza poter aprire le mani, per lo sforzo eccessivo, per aver compiuto movimenti insoliti per un corpo abituato a sedersi a tavola in attesa di un pasto eccessivamente abbondante, un corpo abituato al divano, all’acqua corrente ed alla luce elettrica. Sorseggio questa cazzo di birra e ripenso alle giornate appena trascorse al villaggio del padre di Cleo, al confine col Mali. Due notti senza luce elettrica, a dormire in cortile insieme ad altre persone della famiglia, sotto alle stelle. La seconda notte ad un certo punto s’è messo a piovere. E’ uscita una donna per avvisarci della pioggia e per aiutarci a mettere dentro il materasso. Prima del sonno due passi per il villaggio. Immagine insolita, nuova, in cui domina la notte buia, l’oscurità che lascia solo intravedere le silhouette delle case basse sullo sfondo di un cielo debolmente illuminato da una luna stanca, calante. Per terra si proiettano altalenanti le luci azzurre delle torce di gente che cammina. Ogni tanto si vedono dei piedi. Altrimenti solo il ballo delle luci nella notte buia. Camminavo e mi chiedevo quante vite mi ci vorrebbero per vedere tutte le immagini che riescono ad emozionarmi in quel modo. Mi chiedevo quante volte ancora riuscirò ad emozionarmi in questa piccola vita, quanto riuscirò a star lontano dalle città…Finisco il bicchiere, lo appoggio con la schiuma della birra sul fondo, e le gocce di condensa raccolgono la terra rossa che s’è posata sul tavolino. Rido con Smockey e suo figlio, con Cleo che fa divertire il bambino. Rido e mi tengo in gola quel groppo d’emozione in eccesso. E’ senz’altro orgoglio. E m’inchino davanti a questi uomini, che sono i veri eroi delle nostre assurde società.