ci vediamo a Ottobre Africano

4 giugno 2009

Ci vediamo a Ottobre

Fra poco andremo in “vacanza”. Alessandro è partito per la Nuova Zelanda e io sono qui. Tutto tranquillo. Abbiamo finito di montare il documentario. Almeno la versione italiana. Un piccolo momento tra amici e tutti quelli che ci vogliono bene nella sede del circolo Giovane Italia dove abbiamo fatto vedere l’anteprima del lavoro fatto. Adesso pian piano sistemeremo le ultime cose del documentario: finire di sistemare i sottotitoli in italiano, preparare le versioni in inglese, spagnolo e portoghese, la grafica del dvd,…..

Io ritorno “à mes casseroles”. Lavoro. Il caffè nel bar di fronte a casa mia. Il giornale.  Qualche momento di apero con gli amici. La scrittura, la fotografia. E poi L’Ottobre Africano 2009.

Prima di chiudere il  blog “Be ye ka  ye” volevamo ringraziare tutti quelli che ci sono stati vicini. Tutti quelli che ci hanno voluto bene e che ci hanno “sopportato” durante tutto il tempo del progetto. Tutti quelli che ci hanno dato una mano. Tutti quelli che non hanno voluto darci una mano. È un lavoro che dedichiamo a tutti. Perché l’abbiamo fatto con amore. Nella passione dell’amicizia. Nella voglia di tenerci per mano e camminare insieme. Di sognare. E forse vorremo potere ogni tanto, no, forse sempre, aprire la finestra e guardare il mondo con un sorriso.

Noi abbiamo sognato. Abbiamo provato. Qualche volta abbiamo dubitato. Ma forse siamo riusciti a fare. Fare. Insieme.

Il film documentario “Be Ye Ka Ye, cosa c’è lì che non c’è qui”  si vedrà durante il festival Ottobre Africano e forse nel festival di Internazionale a Ferrara. Qualche immagine del film sarà proiettata nella pièce “Limes (Cammino&Sospensione)”, spettacolo di danza contemporanea di Ambrose Laudani e Manfredi Perego, pièce montata con le poesie di Cleophas Adrien Dioma. Pièce che pensiamo di portare a Parma durante il festival di Ottobre. 

I miei amici mi hanno regalato la bici per il mio compleanno. Troppo bella. Comincia a fare caldo. Troppo bello. Mi manca un po’ Alessandro. Lui è lì e non è più qui. Io sono qui e non lì. Ma ho tutti i “miei qui”. E lui tutti “i suoi lì” (Un po’ complicato ma spero che riusciate a capire). Ho solo voglia di pedalare. In queste vie, su queste strade. Di vivere la mia città con tranquillità e serenità.  E poi Inch allah.

Grazie a tutti.

Ci rivediamo a Ottobre.

Www.ottobreafricano.org


3 giugno 2009

 

Partire, si parte qualche volta per vivere. Vivere il tempo. Si ha paura di sbagliare. Si ha paura di avere ragione. Si ha paura di non sapere. Però si parte comunque. Per il sogno del domani. Per il sogno del presente. Per potere sognare ancora. Poi si cammina. Si incontrano persone. Si impara. Pian piano. Si cambia. Io penso che camminare porta perdita. Perdita di quello che lasciamo. Perdita di quello che andiamo a prendere. Perdita del tempo. Poi si cresce. Perdere per avere. Avere un po’ di vita vera. Sono partito con il sogno di ritornare. Poi ho pensato che stavo bene dov’ ero. Che devo stare bene dove sono. Dove sei è sempre casa tua. Può diventare casa tua. Poi pensi, sei una persona e vai a trovare persone. Persone con le quali poi parlare. Interagire. Persone con le quali poi costruire percorsi comuni. E scopri che queste persone hanno storie, vite. Storie e vite comuni che fanno che sono italiani. Questa terra ha visto nascere persone che hanno prodotto storia. La loro storia. La storia di questo paese. Allora ti rendi conto anche tu che hai una storia. La tua storia. La tua vita è legata alla tua storia. E qualche volta torni verso il tuo passato, presente di altre persone. Ritorni verso la tua terra. Alla ricerca di riposte alle domande che ti fai. Alle domande che ti fanno le persone e le cose che incontri. Alla vita che fai. Alla vita che hai. Sono tornato quest’anno con la paura del tornare. Un ritorno particolare. Con un amico e un telecamera. Per vedere e capire il Burkina Faso. Un paese. Il mio paese. Sono partito pensando di trovare una giustificazione alla mia assenza. Al fatto che sono partito. Ho trovato delle persone che lottavano giorno dopo giorno per cambiare il loro giorno. Per cambiare la loro vita. Per cambiare il loro paese. Nel caldo e nella polvere ho visto dei sorrisi. Sorrisi alla vita. Sorriso al tempo. Ho incontrato persone fiere di questo posto che ho abbandonato disperato. Amavano la loro terra. Il loro quotidiano. Le loro sofferenze. Ho amato questa gente. Ho amato la loro storia. Loro vivono. Vivono la loro vita ogni giorno come se fosse l’ultimo giorno. Mi sono girato e ho guardato nello specchio la mia faccia. Ho cercato un segno. Il sorriso. Questa terra è mia. Ma è già il mio passato. Il mio presente è nelle strade di Parma. Nella piazza. Negli aperitivi. Negli amici. Quelli veri, quelli falsi. Negli incontri di tutti i giorni e nelle facce conosciute. Nelle sofferenze di ogni giorno per cambiare il mio giorno. Nelle lotte. Nei momenti di disperazione come in quelli di gioia. Nelle delusioni. Nei dubbi.

Ero con Alessandro a rivedere le immagini del documentario. Abbiamo parlato delle scelte da fare. Ha usato un esempio molto vero. Quando si ci trova dentro una macchina abbiamo sempre due finestrini. Bisogna scegliere da che finestrino guardare il mondo. Non si può vedere da tutte e due le parti. Io ho forse scelto. La finestra più vicina alla mia. Dove sono, adesso. Da li spero di potere costruire qualcosa. Per me. Per la mia gente. Per la mia terra di adesso. Per quella del futuro. Per la mia vita. Ho voglia di sognare ancora. Di potere piangere ancora. Io sono qui. Questa è la mia storia. Questa è la mia vita. Da questa terra sogno di potere vedere il mondo. Di potere incontrare persone. Di potere parlare. Dire. Di potere vivere.

Sono qui adesso.


Ombra Parmigiana

25 aprile 2009

lampione


Formica + Zucchero Burkinabè

25 aprile 2009

formica


La possibilità

23 aprile 2009

C’era bisogno di un po’ di tempo per riprendere a respirare l’aria parmigiana. Un po’ di tempo per digerire il tutto. Un po’ di tempo per ricominciare a camminare su queste strade che mi sembravano nuove. Vita strana. Sospesa.

Il ritorno. Un ritorno traumatico. Ho avuto per un po’ le immagini di quel passato sempre presente. La mia famiglia. Mia mamma che viene a salutarci e torna a casa, sola. Mia sorella. Gli amici. La mia seconda mamma. La fatica. Alessandro che dorme su una sedia. Poi gli ultimi giri in città. La notte. Le ultime birre. Un sms a mio padre: “Sto partendo, chiamo quando arrivo”. L’sms di mia madre: “Sono arrivata, buon viaggio”. Il passato della mia vita che non vivo più. Dolori. Saudade.

Tanta voglia di rimanere chiuso in casa. Tra la camera e la cucina, la tv ed i libri. Il rifiuto di parlare. I pianti. Le domande. I dubbi. Cosa fare. Ho voglia di risposte. So che le devo trovare da solo. Cosa fare. Cercare la parola. La parola che indica la strada. Quale strada? Una settimana senza vedere Alessandro. Dimenticare un po’ l’Africa. Non parlare del Burkina Faso. Poi piano piano ritornare alla vita. Ça c’est ma vie. Ohi.

Con Alessandro, dopo quella settimana, abbiamo cominciato a rivedere le immagini. Ho cominciato a capire. Qualche volta forse bisogna partire dalla fiducia. Anche quando non si capisce. Non farsi domande, vivere il tempo. Liberi di vivere il momento. Non capivo perché riprendeva tutte queste immagini. Perché questa fissazione per i suoni. Perché questa fissazione nel volere riprendere di giorno, di notte. Persone. Cose. Animali. Abbiamo anche litigato per questo. Questo non era il documentario che avevo in mente. Non era quello che eravamo venuti a fare. Non capivo. E lui non riusciva a spiegarmi. Le cose le abbiamo qualche volta nella testa, dentro quello che siamo. Le immagini, le foto. Il cuore che batte. Mi ricordo che ho cercato di vedere quello che vedeva. Ho preso la sua macchina fotografica e ho cominciato a fare le stesse foto che faceva. Volevo vedere con i suoi occhi. Foto di muri. Muri, porte. Oggetti. Non so se sono riuscito a capire qualcosa, ma ho cercato l’incontro. Utopia di una persona che fa fatica ad accettare le cose che non capisce. Adesso capisco. Le immagini si muovono sullo schermo del suo computer. Io sono seduto. Guardo. E capisco. La poesia dell’immagine. I suoni. Le parole. Vitale. Senza poesia non c’è vita. Ho pianto per avere dubitato di lui. Ho pianto davanti alla bellezza della fotografia. Ho pianto davanti ai suoni. Ho pianto davanti alla vita.

Adesso dobbiamo finire il documentario. Alessandro ha finito il trailer e l’ha messo sul blog. Abbiamo ancora un mese e mezzo. Abbiamo parlato con Gabin Dabiré per la musica. Cerchiamo persone, strutture, case di produzioni che ci aiutino a finire la post-produzione. La strada sembra ancora incerta, ma la vediamo. Vediamo le luci indefinite come quelle delle strade di Ouaga, la notte. Prima o poi arriverà il giorno. La fine di un sogno. L’inizio di un altro. Pensare ad una cosa, avere un’idea. Poi pian piano provare a rendere questa idea realtà. Costruire insieme. Vivere il conflitto della costruzione. Vivere il conflitto dell’incontro. Il conflitto della vita. E pensare: “Dove c’è l’amicizia, quella vera, dove c’è la verità, c’è la possibilità”. La possibilità di vivere il sogno della costruzione.


Be ye ka ye – TRAILER

18 aprile 2009

Gli eroi, quelli veri.

20 marzo 2009

Quaranta gradi, la birra e l’ombra, qua sotto alla veranda di paglia di questo piccolo bar di quartiere, qualche sedia colorata, tavolini bassi e tutt’attorno la vita quotidiana burkinabe. Sono qua seduto con Smockey e sua moglie, con Cleo e con Hebert. Oggi fa caldo, come ieri, forse un po’ di più. Ma può essere che sia solo un’impressione. Ciò che ci succede nell’adesso ha sempre un valore aggiunto. Allora rendo più piacevole quest’adesso sorseggiando una birra fredda, per la prima volta fredda il giusto, la temperatura che uno direbbe l’ideale per una birra in una giornata da quaranta gradi all’ombra. Ci sono i ragazzi che escono da scuola. Smockey si assenta qualche minuto per andare a prendere suo figlio. Davanti al bar dove noi beviamo gradevolmente questa birra, c’è una donna con un banchetto. Davanti a casa il suo banchetto, in attesa di clienti, per ore, per vendere due sacchetti d’arachidi, una busta di carbone. Quaranta gradi all’ombra. Di fianco a noi, sotto al sole, ci sono i falegnami che segano, piallano, incastrano. Quanti gradi, sotto al sole? Ci passano sotto ai piedi dei pulcini che picchiettano il suolo in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco. Qua fuori la terra rossa, le strade del quartiere. Passa un carretto con un uomo che mi guarda dritto negli occhi. Il carretto lo tira un asino. Sul carretto ci sono delle pietre di dimensioni enormi, per costruire case, penso dal mio posticino all’ombra, sorseggiando birra. A seguire quel carretto trainato dall’asino con quelle pietre enormi e quell’uomo che mi guarda dritto negli occhi, un altro carretto, trainato da un altro asino, con altre pietre. Lo guida un ragazzino, dodici anni al massimo. Dev’essere il figlio, o un apprendista, ipotizzo con in mano la birra gelata. Ipotizzo anche che forse quelle pietre ce le hanno caricate loro, su quei carretti. Mi commuovo e non so bene perché. Si tratta di malessere? Oppure di felicità egoistica d’essere scampato alla povertà in quest’unica vita che mi tocca vivere? O è orgoglio? Probabilmente mi sento orgoglioso di quest’umanità, di tutta quella gente che porta avanti la sua vita con coraggio, con forza. C’è gente che lavora sotto al sole. C’è gente che lavora per portare avanti una vita fatta di poche cose, semplici e fondamentali. C’è gente che vive vite eroiche. E poi ci sono io, con questa birra che mi scende fresca nella stomaco, che mi sale velocemente alla testa. Emozionato. Privilegiato. Osservo il mondo e m’emoziono, osservo e m’incazzo, posso parlare di cambiamento, di lotta quotidiana. Io dai miei privilegi. Quand’anch’io sollevavo pietre, in un’estate di tanti anni fa, le giornate trascorrevano più semplici, scandite dalla stanchezza e dal recupero delle forze per tornare a sollevare pietre, a trasportare il cemento. S’è trattato solo di un attimo, il privilegio della scelta: quest’estate vado a lavorare, perché mi sembra giusto, non che lo debba proprio fare, ma intanto vivo sulla mia pelle e nei muscoli la difficoltà del lavoro manuale, quello della maggior parte della gente che vive su questa terra. Mi svegliavo la mattina senza poter aprire le mani, per lo sforzo eccessivo, per aver compiuto movimenti insoliti per un corpo abituato a sedersi a tavola in attesa di un pasto eccessivamente abbondante, un corpo abituato al divano, all’acqua corrente ed alla luce elettrica. Sorseggio questa cazzo di birra e ripenso alle giornate appena trascorse al villaggio del padre di Cleo, al confine col Mali. Due notti senza luce elettrica, a dormire in cortile insieme ad altre persone della famiglia, sotto alle stelle. La seconda notte ad un certo punto s’è messo a piovere. E’ uscita una donna per avvisarci della pioggia e per aiutarci a mettere dentro il materasso. Prima del sonno due passi per il villaggio. Immagine insolita, nuova, in cui domina la notte buia, l’oscurità che lascia solo intravedere le silhouette delle case basse sullo sfondo di un cielo debolmente illuminato da una luna stanca, calante. Per terra si proiettano altalenanti le luci azzurre delle torce di gente che cammina. Ogni tanto si vedono dei piedi. Altrimenti solo il ballo delle luci nella notte buia. Camminavo e mi chiedevo quante vite mi ci vorrebbero per vedere tutte le immagini che riescono ad emozionarmi in quel modo. Mi chiedevo quante volte ancora riuscirò ad emozionarmi in questa piccola vita, quanto riuscirò a star lontano dalle città…Finisco il bicchiere, lo appoggio con la schiuma della birra sul fondo, e le gocce di condensa raccolgono la terra rossa che s’è posata sul tavolino. Rido con Smockey e suo figlio, con Cleo che fa divertire il bambino. Rido e mi tengo in gola quel groppo d’emozione in eccesso. E’ senz’altro orgoglio. E m’inchino davanti a questi uomini, che sono i veri eroi delle nostre assurde società.